roberto ciccarelli, roma, 16/07/2014
Quinto stato. Pubblicato lo studio di Paolo Naticchioni, Michele Raitano e Claudia Vittori. A confronto tre generazioni nate tra il 1965 e il 1979. I salari d'ingresso della "Generazione Tq" crollano fino a 35.500 euro nei primi sei anni di carriera. Ma per i nati dopo il 1980 la situazione è sicuramente peggiore. Di chi è la responsabilità?
Gli
studiosi hanno messo a confronto tre generazioni nate fra il 1965 e
il 1979, vale a dire i figli della generazione nata a cavallo o
subito dopo la guerra mondiale e hanno dimostrato come l’andamento
delle retribuzioni di un campione di lavoratori dipendenti privati
con età compresa tra i 35 e i 39 anni sia chiaramente inferiore
rispetto ai salari delle due coorti precedenti.
Chi
è nato tra il 1970 e il 1974 e si è laureato, ha subìto una
perdita pari a poco meno di 5 mila euro nella prima fase della
carriera, che cresce a 8100 euro per chi è nato tra il 1975 e il
1979. Se poi si confronta la situazione dei 35-39enni con i nati
nella seconda metà degli anni Sessanta, i salari d’ingresso sono
inferiori di oltre il 20% e il divario tende ad aumentare negli anni
seguenti, minando le prospettive di carriere lavorative durevoli.
Questi
laureati hanno perso complessivamente 35.500 euro rispetto ai nati
nel periodo 1965–1969. La perdita è molto forte anche tra chi è
nato nel primo decennio degli anni Settanta, fra cui rientra chi ha
iniziato a lavorare nella crisi occupazionale del 1992–3 e nei
cinque anni successivi quando il centro-sinistra di Prodi approvò la
prima riforma sulla precarizzazione: il cosiddetto «pacchetto Treu».
In
questo caso la perdita è stata quantificata in 29 mila euro.
I
diplomati, che si presume essere meno qualificati, hanno risentito di
una politica che ha mescolato i bassi salari con la precarizzazione
generalizzata: rispettivamente 16.700 e 9.100 euro a discapito dei
nati nella seconda e nella prima metà degli anni Settanta, ma
sembrano riconquistare terreno nei primi anni della loro «carriera».
I
divari accumulati sono infatti inferiori rispetto a quelli dei
laureati: 2.800 e 2.100 euro a discapito di chi è nato alla fine o
all’inizio degli anni Settanta. In questo scenario di crescente
proletarizzazione del lavoro dipendente, e autonomo, sia quello della
conoscenza che quello «esecutivo», sembra essere sfumata
l’equazione tra alto livello di istruzione e reddito elevato, il
pilastro sul quale è stata costruita la categoria sociale del ceto
medio.
Lo
squilibrio
crescente tra i
redditi
nel passaggio da una generazione
all’altra, la perdita del prestigio sociale legato alla conquista
di un titolo di studio, l’erosione dello status
professionale
in direzione di un bric-à-brac
precario
e esistenziale,
ha annientato l’alta considerazione di sé diffusa sia nel lavoro
indipendente che in quello dipendente, come dimostra oggi la
condizione
dei giovani avvocati,
architetti
o medici sempre più disoccupati, precari o senza futuro.
Ma
c’è di più, avvertono Naticchioni,
Raitano
e Vittori. Se questa, infatti, è la
situazione dei nati prima
degli
anni Ottanta, nettamente peggiore è quella attuale di tutti coloro
che sono venuti al mondo in Italia
dal 1981 in poi. «Questi giovani sono stati penalizzati anche da una
più ridotta partecipazione al mercato del lavoro, probabilmente in
seguito alle riforme che hanno favrito la discontinuità delle
prestazioni lavorative».
Chi
ha tra i 15 ei 34 anni, definito in maniera variopinta come «Neet»,
«scoraggiato» o «precari», è stato affossato dalle politiche
economiche basate sul taglio dei salari e sulla precarizzazione
selvaggia seguita alla riforma Biagi e poi a quella Fornero. In
attesa degli esiti di quella Poletti che ha reso i contratti a
termine «acausali» («uno sconcio etico e incostituzionale» l’ha
definita il giuslavorista Piergiovanni Alleva sul nostro giornale), è
presumibile che i salari d’ingresso della generazione più giovane
siano nettamente più bassi rispetto all’ultima coorte analizzata
da Naticchioni, Raitano e Vittori.
Un
altro motivo d’interesse di questo studio è la netta smentita
della leggenda molto in voga nel ceto dominante nell’epoca Gelmini:
in Italia non ci sono laureati in eccesso. Sarebbe vero se la domanda
di lavoro qualificato fosse rimasta stabile o fosse cresciuta meno
dell’offerta. Invece, l’Italia è uno dei paesi Ocse con il più
basso tasso d’istruzione, ha il 15% dei laureati contro il 25–35%
di Francia e Germania. Il ceto medio è stato stritolato dalla
peculiarità della struttura produttiva contraria all’innovazione,
pervicace sostenitrice del contenimento dei costi, fanatica del
precariato. Le prospettive non migliorerano intervenendo sul lato
dell’offerta, proprio come sta facendo il governo Renzi, ma
incidendo sul lato della domanda.
irrequietezza
in momenti storici impegnativi,
creativo
ed
impenitente
lavoro sui margini
acuendo i sensi
c'è alternativa?